Psoriasi: chi ha paura dello psicologo?

Gestire i sintomi e i trattamenti della psoriasi e dell’artrite psoriasica può provocare un forte stress mentale e fisico. Nella quasi totalità dei casi, infatti, la psoriasi è accompagnata da sentimenti quali rabbia, frustrazione, tristezza, depressione che sono ricorrenti e seguono generalmente l’andamento della malattia: come le lesioni cutanee, anch’essi hanno fasi alterne di remissione e di riacutizzazione.

Può quindi succedere che mentre ci si sente stressati per i sintomi della patologia, questa peggiori. Quando la malattia peggiora, anche la salute mentale può risentirne: s’innesca, così, un deleterio circolo vizioso.

Impegnarsi a modificare alcuni aspetti interiori, cercando di mantenere sempre e comunque un atteggiamento fiducioso e positivo, può rivelarsi una preziosa risorsa così come è importante imparare a chiedere aiuto a chi ci è vicino.

Tuttavia, quando nonostante tutto ansia e depressione prendono il sopravvento compromettendo seriamente la qualità della vita, può essere utile rivolgersi a un professionista che ci aiuti a districare la complessa giungla di emozioni che la psoriasi porta con sé. Facile a dirsi, perché, al contrario, per alcuni è veramente complicato riuscire a sradicare le erronee convinzioni nei confronti delle terapie psicologiche.

Paradossalmente, infatti, nonostante il grande interesse generale verso le tematiche di carattere psicologico, è facile osservare come la conoscenza della materia sia, in molti casi, approssimativa e spesso infarcita di pregiudizi difficili da scalfire.
La stessa esatta distinzione tra competenze e ambiti d’intervento dei diversi professionisti del settore è di solito vaga: ci si confonde tra psicologo, neurologo e psichiatra, per non parlare della difficoltà nel comprendere la differenza tra psicologo e psicoterapeuta, o tra psicoterapeuta e psicanalista.

Inoltre il sospetto nei confronti di una terapia basata sul dialogo è ancora fortissimo, assieme alla diffusa convinzione che, dopotutto, basta volerlo davvero e chiunque può risolvere da solo i propri problemi, magari riflettendoci un po’ su.

Ma quali paure si nascondono dietro a questa confusione e a questi sospetti?

Il timore principale è, per tutti, quello di mettere in discussione un equilibrio faticosamente raggiunto senza la garanzia di arrivare a un cambiamento in positivo, cambiamento che, di per sé, costituisce comunque un rischio.
C’è poi, fortissima, la paura di dover ammettere i propri errori, senza più potersi appoggiare alla consolante certezza di essere stati vittime delle circostanze avverse.

Infine, il fatto di dover chiedere aiuto appare a molti come un fallimento, quando, solitamente, ciò che si prova nel momento in cui si riescono ad affidare a un altro le proprie preoccupazioni è un senso di grande sollievo.
Il terapeuta, infatti, senza la presunzione di dare consigli risolutivi, si accosta alla sofferenza del paziente per consentirgli di ristabilire un contatto con se stesso. Laddove si stabilisca una buona alleanza tra il paziente e il suo terapeuta, il primo saprà tollerare un certo grado di dipendenza che non significa sottomissione ma possibilità di lasciarsi accompagnare per un tratto della propria strada particolarmente difficile o complesso.

Certo, il cambiamento di certi aspetti di se stessi e del proprio modo di affrontare la realtà è quanto di più difficile ci sia. Ogni percorso terapeutico implica perciò anche l’accettazione della fatica che comporta il rimettersi in discussione per trovare nuovi e più adeguati modi di relazionarsi con gli altri e con la malattia.

Dott. Stefania Mengoni, Scientific Editor

Fonte:

Dowlatshahi EA, Wakkee M, Arends LR, et al. The prevalence and odds of depressive symptoms and clinical depression in psoriasis patients: a systematic review and meta-analysis. J Invest Dermatol. 2013 Nov 27. [Epub ahead of print]

Hendriksen M, Peen J, Van R, et al. Is the alliance always a predictor of change in psychotherapy for depression? Psychother Res. 2013 Nov 5. [Epub ahead of print]

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