Reazioni cutanee? Attenzione a quello che indossi

I dati più recenti lo confermano: i fenomeni di allergia e di sensibilizzazione cutanea ai prodotti tessili sono in continuo aumento e interessano un numero crescente di adulti e di bambini.

All’interno dei tessuti, le sostanze che più spesso creano problemi sono i coloranti e, in misura minore, le sostanze di fissaggio, ovvero i prodotti antipiega, i detergenti e gli ammorbidenti che vengono aggiunti nelle fasi di produzione. Tra i coloranti i principali imputati sono i cosiddetti “dispersi”, una classe di coloranti utilizzata per tingere fibre sintetiche o fibre miste.

I coloranti dispersi sono molecole di piccole dimensioni che per la loro natura chimica sono in grado di penetrare nelle fibre altamente cristalline, come il poliestere, e tingerle.
Proprio per il fatto di essere molecole piccole tendono, in certe condizioni, a fuoriuscire dalla fibra e a penetrare in profondità nella pelle, specialmente in quelle parti del corpo dove lo sfregamento è intenso. Sudorazione, frizione e sovrappeso tendono ad intensificare il fenomeno.

Ma oggi il maggior pericolo per la salute della nostra pelle sembra giungere da indumenti che addirittura presenterebbero un certo grado di “tossicità” in quanto in grado di  rilasciare sostanze nocive per l’organismo. Il monito giunge dall’Associazione Internazionale di Dermatologia Ecologica (Skineco), che, all’ultimo Congresso della Società Italiana di Dermatologia, Venereologia e Malattie Sessualmente Trasmesse, ha presentato i dati emersi da un’indagine condotta su larga scala.

I ricercatori della Skineco hanno infatti analizzato la composizione di alcuni capi di abbigliamento: magliette, tute per bambini, pigiami per neonati e intimo femminile acquistati in farmacie, negozi di articoli sanitari e esercizi specializzati. In molti casi si trattava peraltro di prodotti dedicati alla prima infanzia o pubblicizzati come particolarmente adatti a una cute delicata e sensibile.

I vari articoli erano valutati prendendo in considerazione specifici parametri: PH e presenza di determinati composti come ammine aromatiche cancerogene, ftalati, nichel, piombo e formaldeide che possono risultare nocivi per l’organismo. L’analisi di laboratorio rivelava, in troppi casi, percentuali di tali sostanze superiori a quelle consentite per legge conducendo a un giudizio di “non conformità” rispetto alla normativa in vigore.

Un ulteriore test in vitro analizzava poi l’eventuale citotossicità dei tessuti, ossia la possibilità che questi arrechino danno alle cellule dell’epidermide a seguito di contatto prolungato. Anche in questo caso alcuni indumenti mostravano alta citotossicità già a un tempo di contatto di 24 ore.

“Ogni tessuto dovrebbe mostrare di avere un buon grado di biocompatibilità prima di essere utilizzato, oltre, ovviamente, ad essere assolutamente garantito per quanto concerne l’assenza di sostanze tossiche”, dichiarano gli autori. Come proteggersi dunque? È importante leggere le etichette degli indumenti. Esistono a questo scopo alcune certificazioni, tipo Oeko-tex, Ecolabel, VIS, che garantiscono l’assenza di coloranti dispersi, di residui di metalli pesanti e di sostanze cancerogene.

Dott.ssa Stefania Mengoni, scientific editor

Fonte: Associazione Internazionale di Dermatologia Ecologica. Indagine sui tessuti, 2013

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